Questo articolo è stato originariamente pubblicato su
Liberazioni. Rivista di critica antispecista, Numero 62, Settembre 2025.

«Pensare il cane come un individuo libero, che vive in una comunità senza essere posseduto, usato, sfruttato, significa allora iniziare a praticare un antispecismo radicale, non più proposto dall’alto di complesse direttive filosofiche, ma costruito e vissuto dal basso, nell’incontro e nella relazione tra due diverse specie.
Cane del popolo, in questo contesto, non si limita quindi a essere una definizione affascinante che richiama la riscossa e il potere delle masse, ma diviene l’emblema di una convivenza orizzontale che rompe spontaneamente con il modello gerarchico e proprietario, ma rompe soprattutto con la rassegnazione che vede la proprietà e lo sfruttamento come le uniche opzioni disponibili per rapportarsi con i non umani».
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